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Il diritto europeo delle vendite

Tra le iniziative portate avanti dalla Commissione europea per rilanciare il Mercato unico, vi è anche la messa a punto di un sistema uniforme, proposto dalla Direzione generale della Giustizia e dei consumatori, che regoli i rapporti tra consumatori e imprese nelle transazioni commerciali transfrontaliere.
Nasce così la proposta di creare un 29° regime, che si affiancherebbe ai regimi giuridici dei 28 Stati membri dell’UE senza sostituirli.
Si tratta di un sistema su base volontaria, che abbraccia tanto le transazioni fra imprese e consumatori (c.d. B2C), quanto quelle fra imprese (c.d. B2B).

Obiettivi

Il rapporto sul monitoraggio del Mercato al dettaglio, pubblicato dalla Commissione europea nel luglio 2010, ha messo in luce una scarsa diffusione del commercio elettronico dovuta alla mancanza di uniformità a livello europeo della disciplina che regola i rapporti fra consumatori e imprese.
Tra le iniziative chiave dell’Agenda digitale europea presentata dalla Commissione nel 2010, vi è quindi la messa a punto di uno strumento contrattuale europeo su base volontaria che restituisca fiducia ai consumatori nella sicurezza delle transazioni commerciali transfrontaliere.

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Iter normativo

Dopo un iter preparatorio apertosi con una decisione dell’aprile 2010 e proseguito con la consultazione di esperti e stakeholders, la Commissione europea ha pubblicato una proposta di regolamento che istituisce un diritto comune europeo delle vendite (in sigla CESL: Common European Sales Law). Si tratta di uno strumento giuridico direttamente applicabile alle transazioni commerciali transfrontaliere - sia B2C sia B2B - che le imprese saranno libere di utilizzare in alternativa ai 28 diritti nazionali.
Dalla comunicazione che accompagna la proposta della Commissione emerge che la finalità ultima del nuovo strumento opzionale è quella di rafforzare la fiducia degli operatori economici nel mercato interno, riducendo gli ostacoli che si frappongono all'espansione del business in altri Stati membri.
Il diritto comune europeo delle vendite abbatterà, infatti, i costi di traduzioni e consulenze legali, attualmente pari a circa 10000 euro per ogni nuovo mercato di esportazione. Al contempo, restituirà fiducia ai consumatori, troppo spesso spaventati dalle incertezze legate al diritto applicabile agli acquisti oltreconfine.

L'iter normativo si è concluso in Parlamento europeo con l'approvazione, nel corso della seconda sessione plenaria di febbraio 2014, della risoluzione che fa seguito alla proposta della Commissione europea presentata nell’ottobre 2011. Secondo gli eurodeputati, un diritto contrattuale opzionale a livello europeo promuoverà la crescita, rendendo più conveniente per le imprese l’accesso a nuovi mercati e offrendo ai consumatori una più ampia scelta di prodotti a prezzi più competitivi. Allo stesso tempo, esso rafforzerà il mercato unico digitale, fornendo una serie coerente di norme per la commercializzazione di prodotti digitali e servizi correlati, applicabili anche nel caso alcuni di essi siano forniti attraverso il Cloud computing. Il Parlamento europeo ha tuttavia limitato il campo di applicazione del Diritto comune europeo delle vendite ai contratti a distanza, in particolare quelli online. Data la necessità di completare il mercato unico digitale, questa limitazione del campo di applicazione apporterà un valore aggiunto al business online. Il Parlamento europeo ha infine previsto che la Commissione istituisca, al più tardi entro tre mesi dalla data di entrata in vigore del regolamento, un gruppo di esperti incaricato di contribuire allo sviluppo alla definizione di contratti-tipo europei. Spetterà ora al Consiglio approvare formalmente il regolamento.

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Il punto di vista europeo

Le maggiori organizzazioni imprenditoriali europee, tra cui EUROCHAMBRES, Eurocommerce, BUSINESSEUROPE e UEAPME, hanno costituito un gruppo di lavoro al quale partecipano anche membri del BEUC, l’organizzazione che rappresenta i consumatori a livello europeo. I membri si sono incontrati mensilmente per monitorare l’andamento dei lavori degli esperti giuridici nominati dalla Commissione europea, al fine di assicurarsi che venisse data la giusta rilevanza alle problematiche concrete che imprese e consumatori incontrano negli scambi transfrontalieri.
Alcune di esse hanno però mostrato perplessità nei confronti della proposta della Commissione, temendo che il 28° regime possa gravare le imprese di oneri ulteriori e che la nuova normativa possa essere di difficile comprensione, specie da parte delle PMI.

In particolare, EUROCHAMBRES, con un position paper che risponde alla consultazione pubblica lanciata dalla Commissione europea, aveva espresso scetticismo sull'opportunità di procedere con quest'iniziativa in un momento così delicato. Nello stesso periodo era infatti in discussione presso il Parlamento europeo una proposta di direttiva sui diritti dei consumatori che avrebbe potuto apportare grandi cambiamenti nel panorama normativo europeo. L'associazione delle Camere di commercio europee ritenne, quindi, che sarebbe stato preferibile attendere la conclusione della procedura sul diritto dei consumatori per procedere all'analisi delle opzioni possibili in vista di un diritto europeo dei contratti.
EUROCHAMBRES aveva sottolineato, inoltre, le difficoltà incontrate nell'elaborare una posizione comune che tenesse conto delle specificità presenti nei vari sistemi giuridici europei. La maggior parte dei Sistemi camerali europei si sono espressi contro uno strumento a carattere vincolante, ritenendo che debba essere lasciata alle imprese la scelta se avvalersi o meno del nuovo regime. Quanto ai contenuti, occorre che questi siano chiari e facilmente interpretabili e che alle imprese siano forniti il supporto e l'assistenza legale necessari per poterne usufruire.
Infine, EUROCHAMBRES chiese alla Commissione europea di consultare ancora una volta gli stakeholders prima di procedere alla presentazione di una proposta normativa.

Decisamente contraria al progetto del 28° regime appare la posizione espressa da BUSINESSEUROPE nel documento di risposta alla consultazione pubblica lanciata dalla Commissione europea. Secondo la Confindustria europea si tratta, infatti, di un'iniziativa che potrebbe compromettere il principio della libertà contrattuale nelle relazioni tra imprese. Inoltre, come sottolineato anche dalle altre associazioni europee, la creazione di un diritto contrattuale europeo dovrebbe seguire l'approvazione della nuova direttiva sui diritti dei consumatori e non procedere in parallelo, in modo da tener conto del nuovo quadro normativo che si verrà a creare a seguito dell'entrata in vigore della stessa.

Dello stesso parere è anche EuroCommerce, la Confcommercio europea, che ha fornito il suo contribuito al dibattito in corso con un position paper nel quale sottolinea ancora una volta l'attuale frammentazione del quadro normativo europeo, che non consente di esprimere una posizione netta sull'opportunità di istituire un diritto contrattuale europeo né di individuare le caratteristiche che questo dovrebbe avere.

UEAPME, l'associazione delle piccole e medie imprese europee, con un position paper evidenzia che la proposta normativa che il nuovo strumento di diritto europeo dei contratti dovrebbe rispettare due condizioni: sufficiente chiarezza e adeguata protezione alle PMI. Inoltre, in un primo momento lo strumento dovrebbe avere carattere opzionale, lasciando alle imprese la possibilità di scegliere se avvalersene o meno. Per quanto concerne l'applicabilità alle sole transazioni commerciali transfrontaliere o anche a quelle domestiche, UEAPME ritiene che si tratti di una decisione da prendere a seguito di un'approfondita valutazione d'impatto, mentre ritiene che il nuovo strumento di diritto europeo dei contratti dovrebbe essere applicato tanto ai contratti fra imprese e consumatori (c.d. B2C) quanto a quelli tra imprese (c.d. B2B). Infine, molti degli aspetti del nuovo diritto contrattuale europeo dovrebbero essere definiti soltanto a seguito dell'approvazione della riforma del diritto dei consumatori in discussione presso il Parlamento europeo.

Il BEUC, l'associazione dei consumatori maggiormente rappresentativa a livello europeo, ha elaborato un documento nel quale critica l'iniziativa della Commissione europea di lanciare una consultazione pubblica sul diritto contrattuale europeo, specialmente perché tra le soluzioni proposte, non compare quella che, invece, sembrerebbe essere la più semplice e praticabile: la creazione di modelli contrattuali standard legati a sistemi alternativi di risoluzione online delle controversie (ODR). Soluzione condivisa, pur con diverse sfumature, anche dalle associazioni imprenditoriali maggiormente rappresentative a livello europeo.

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Il punto di vista italiano

Unioncamere, da anni attiva nell'elaborazione e promozione di contratti-tipo, è parte di un dialogo aperto e costruttivo con le Istituzioni europee e ha partecipato sin dalle prime fasi all'iter normativo per l'adozione della proposta sul diritto europeo delle vendite. Dopo un primo contributo allo studio di fattibilità realizzato dal gruppo di esperti, Unioncamere è stata invitata dal Parlamento europeo a presentare un proprio studio sulle clausole contrattuali nei contratti B2B e B2C. Tra le proposte avanzate dalle Camere di commercio italiane spicca in particolare l'iniziativa di completare il nuovo diritto europeo con una serie di contratti standard, tradotti in tutte le lingue, per fornire un ulteriore supporto a consumatori e imprese nelle transazioni commerciali transfrontaliere. L'iniziativa è stata accolta positivamente sia dal Parlamento che dalla Commissione europea e si pensa di poterla concretizzare nei prossimi mesi con l'istituzione di un tavolo di lavoro ad hoc.

Con un position paper, Unioncamere Veneto ha risposto alla consultazione pubblica lanciata dalla Commissione Europea affermando che il futuro strumento di diritto europeo dei contratti debba avere efficacia vincolante per gli Stati membri in modo da garantire un sufficiente grado di incisività. Quanto allo strumento giuridico da utilizzare, ritiene che sia preferibile l’adozione di una direttiva perché avrebbe efficacia vincolante per gli Stati membri ed otterrebbe il risultato di ravvicinare il più possibile le diverse legislazioni nazionali, aumentando la propensione dei consumatori e delle PMI alla conclusione di contratti transfrontalieri.
Per quanto riguarda l’ambito di applicazione, si ritiene che lo strumento debba articolarsi in una parte generale (applicabile a tutti i contratti) e una parte speciale (contenente le disposizioni applicabili alle singole tipologie di contratti).

Anche il Ministero della Giustizia italiano ha contribuito al dibattito con un documento nel quale esprime perplessità in merito all'adozione di un atto normativo avente forza cogente e dunque vincolante nell’ambito dei singoli ordinamenti interni. Non convince neppure la soluzione dell’utilizzo della direttiva comunitaria, per l’assenza di una base giuridica. La scelta, dunque, non può che ricadere sulla formazione di un accordo interistituzionale, vale a dire uno strumento di diritto europeo dei contratti, cui attenersi nel redigere o negoziare le proposte legislative del settore.
Per quanto attiene l’ambito di applicazione dello strumento, esso potrà applicarsi a tutti i tipi di transazione, tra imprese oppure tra imprese e consumatori. Dovrebbe, inoltre, avere specifico riguardo alla materia di competenza comunitaria, dal momento che i destinatari sarebbero da individuare nelle stesse istituzioni europee.
Per quanto riguarda, invece, l’ambito di applicazione, lo strumento di diritto europeo dovrebbe contenere norme generali in materia di contratti, come pure i contratti tipici più frequenti e di rilievo nell’ambito comunitario (vendita di merci, contratto di servizi, contratto di assicurazione, leasing di automobili, servizi finanziari).

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Referente Unioncamere: Tiziana Pompei

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 03 Agosto 2017 12:33 )