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L'accesso ai mercati esteri

Uno degli asset fondamentali per la ripresa economica è rappresentato dall'internazionalizzazione, ma recenti studi condotti a livello europeo hanno messo in luce i timori che frenano le imprese - specie quelle di piccole e medie dimensioni - dall'estendere il proprio giro d'affari oltre i confini nazionali.
Le difficoltà linguistiche, una normativa disomogenea e spesso complessa - fatta di adempimenti burocratici gravosi ed eccessivi - oltre alla mancanza (o scarsa conoscenza) di punti d'informazione e assistenza, rappresentano i maggiori ostacoli al decollo dell'internazionalizzazione. La Direzione Generale Imprese e Industria della Commissione europea è responsabile delle politiche destinate ad incentivare l’internazionalizzazione.

Obiettivi

Esiste una stretta correlazione tra l'internazionalizzazione e le performances di un'impresa: le statistiche mostrano infatti che le PMI attive a livello internazionale conseguono i risultati migliori in termini di occupazione e innovazione.
Negli ultimi anni l'Unione europea sta quindi portando avanti una politica di supporto all'internazionalizzazione delle PMI basata su programmi di sostegno e su un miglior coordinamento delle politiche dell'innovazione con le misure per l'internazionalizzazione.
Nel documento di lavoro "Commercio come fattore di prosperità" che accompagna la Comunicazione Commercio, crescita e mondo degli Affari, la Commissione europea mette in luce la stretta relazione esistente tra le relazioni commerciali con i Paesi terzi e il raggiungimento degli obiettivi della Strategia Europa 2020.

In particolare, si afferma che il commercio estero apporta benefici in tre diversi ambiti:

1) Crescita economica: concludere tutti i negoziati di libero scambio in corso incrementerebbe il PIL europeo dello 0,5%. Un incremento che potrebbe arrivare fino all'1% entro il 2020 grazie a una migliore regolamentazione dei rapporti con i maggiori partner commerciali europei.
2) Vantaggi per i consumatori: un mercato più aperto apporta notevoli vantaggi ai consumatori in termini di offerta di beni e servizi a prezzi vantaggiosi. Si stima che un incremento delle relazioni commerciali con i Paesi terzi apporterebbe a ciascun consumatore un vantaggio economico di 600 euro all'anno.
3) Occupazione: il 7,2% dell'occupazione europea dipende direttamente o indirettamente dalle esportazioni. Tenendo conto di tutti i fattori (importazioni, esportazioni, produttività, efficienza, imposizione fiscale, ecc.) è possibile affermare che circa il 18% della forza lavoro europea (36 milioni di posti di lavoro) dipende dalle performances commerciali dell'UE. Il commercio è inoltre in grado di determinare un incremento salariale pari al 7%.

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Strumenti

Nel corso degli anni l'Unione europea ha sviluppato diversi strumenti per supportare le imprese - specie le PMI - nei processi d'internazionalizzazione.

Tra questi rivestono particolare rilevanza:

  • gli Strumenti di Market Access: tra i numerosi problemi che incontrano gli esportatori europei non ci sono soltanto le tradizionali tariffe sulle importazioni o la fissazione di quote, ma anche l'imposizione di regole e standard discriminatori e sproporzionati. La rimozione di questi ostacoli fa parte della strategia messa a punto dall'Unione europea per promuovere le esportazioni e favorire la crescita e l'occupazione.
    La Market Access Strategy si basa su due strumenti principali:
    1) Market Access Partnership: un forte partenariato tra la Commissione europea, gli Stati membri e le imprese, il cui punto di forza è rappresentato da un approccio più chiaro e orientato ai risultati. Occorre individuare i problemi concreti che l'Unione europea e le imprese devono affrontare per l'accesso ai mercati dei Paesi terzi. È inoltre indispensabile identificare i punti deboli dell'attuale sistema per capire in che modo la politica europea deve cambiare per riflettere i cambiamenti dell'economia globale.
    2) Market Access Database: una banca dati disponibile gratuitamente via internet per tutti gli operatori economici dell'UE e dei Paesi aderenti o candidati.
    Questo strumento è stato creato e progressivamente sviluppato per rispondere ai seguenti bisogni:
    • fornire informazioni di base di interesse per gli esportatori dell’UE (ad es. dazi sulle importazioni, relative tasse e documenti necessari per le importazioni applicabili nei mercati di esportazione, statistiche commerciali, studi su argomenti relativi all’accesso ai mercati);
    • elencare tutti gli ostacoli agli scambi che incidono sulle esportazioni UE per Paese e per settore, garantire un seguito sistematico dell’ostacolo identificato e fornire un mezzo interattivo di comunicazione tra le imprese e le autorità europee, consentendo uno scambio di informazioni on-line.
  • l’Export Helpdesk: un servizio online gratuito che spiega alle imprese dei Paesi in via di sviluppo come esportare verso l'Unione europea, fornendo loro informazioni sui requisiti, sulle tasse, sulle tariffe, sulle preferenze, sulle regole di origine nonché statistiche che si applicano ai loro prodotti.
  • gli European Business Centres: creati nel contesto del Servizio Europeo per l'Azione Esterna (SEAE), il nuovo servizio europeo previsto dal Trattato di Lisbona, queste strutture sono finanziate dall'Unione europea e si basano su una partenrship pubblico-privata.
    Gli obiettivi dei Business Centres  sono principalmente:
    • fornire servizi alle imprese europee;
    • rappresentare gli interessi delle imprese europee nei Paesi Terzi;
    • sviluppare servizi e attività caratterizzati da un valore aggiunto unico europeo.

Le Camere di commercio europee all'estero (ECAs), svolgono inoltre un ruolo fondamentale di supporto alle imprese nei processi d'internazionalizzazione. Si tratta di strutture create dalle Camere bilaterali o direttamente da imprese operanti in Paesi terzi. La loro attività è focalizzata soprattutto sulla lobby e il networking e il loro finanziamento ha carattere privato.

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Iter normativo

La Commissione europea ha pubblicato, nel 2010, uno studio sull'internazionalizzazione delle PMI in cui analizza il fenomeno individuando i vantaggi e gli ostacoli dell'apertura verso i mercati esteri. Lo studio ha coinvolto 26 settori, rilevando che la maggior parte delle PMI internazionalizzate opera nei settori del commercio all'ingrosso (54%), delle attività estrattive (58%) e manifatturiere (56%) della ricerca (54%) e della vendita di autoveicoli (53%).
I dati raccolti mostrano che il 25% delle PMI dell'UE a 27 effettua esportazioni o ne ha effettuate negli ultimi tre anni e che le PMI attive a livello internazionale registrano un tasso di crescita dell'occupazione del 7% contro l'1% di quelle attive solo a livello nazionale. La maggior parte delle attività internazionali si concentra però nell'ambito del mercato interno (76%) e sono ancora poche (circa il 13%) le PMI operanti nei mercati extra UE.
Un altro dato interessante riguarda la relazione tra internazionalizzazione e innovazione: l'introduzione di prodotti o servizi innovativi per il settore di attività nel Paese di appartenenza ha infatti riguardato il 26% delle PMI attive a livello internazionale, contro l'8% delle altre imprese.

Le difficoltà che le imprese europee incontrano nell'accedere ai mercati esteri sono dovute a una serie di fattori:

  • Barriere tariffarie: benché di recente molte barriere tariffarie siano state abbattute dalla conclusione da cicli successivi di negozati multilaterali, le tariffe elevate rappresentano ancora un ostacolo per molti esportatori europei.
  • Barriere doganali: onerose procedure doganali per l'importazione, l'esportazione e il transito alle quali si uniscono barriere fiscali e pratiche commerciali scorrette o discriminatorie.
  • Valutazioni tecniche, norme e procedure di accertamento della conformità non in linea con le prescrizioni dell'Organizzazione Mondiale del Commercio sugli ostacoli tecnici agli scambi.
  • Imposizione di misure sanitarie e fitosanitarie, cioè non giustificate da ragioni di sicurezza e salute secondo le indicazioni dell'Organizzazione Mondiale del Commercio.
  • Restrizioni all'accesso alle materie prime, barriere alle esportazioni che comportano un aumento dei prezzi e pratiche di doppia indicazione dei prezzi.
  • Scarsa protezione dei diritti di proprietà intellettuale, comprese le indicazioni geografiche e mancanza di una corretta attuazione delle norme esistenti.
  • Ostacoli alla circolazione dei servizi e agli investimenti diretti esteri: ingiustificate limitazioni alle partecipazioni estere, trattamenti discriminatori, ecc.
  • Norme restrittive sulla partecipazione ad appalti pubblici in Paesi extra UE.
  • Uso abusivo o incompatibile con le prescrizioni dell OMC di strumenti di difesa commerciale da parte di Paesi terzi.
  • Uso improprio degli Aiuti di Stato e di altre sovvenzioni che creano barriere per l'accesso ai mercati.

Da parte sua, il Parlamento europeo ha adottato, il 13 dicembre 2011 una risoluzione sugli ostacoli agli scambi e agli investimenti, con la quale ritiene che l'eliminazione o la riduzione, attraverso il dialogo normativo, di ostacoli non tariffari e di altri ostacoli regolamentari ingiustificati applicati dai partner strategici chiave dell'UE dovrebbe costituire una delle principali priorità della nuova politica commerciale europea nel quadro della strategia Europa 2020.
Ad essa ha fatto seguito, la relazione 2013 su tali ostacoli, elaborata della Commissione europea, che intende mettere in evidenza una selezione dei principali ostacoli incontrati dalle imprese europee. Con essa, la Commissione intende inoltre sensibilizzare maggiormente in merito all’eliminazione di tali ostacoli, che permetterebbe alle imprese di beneficiare appieno del mercato.

Infine, con la pubblicazione, il 2 settembre 2013, del 10° rapporto annuale sulle misure restrittive agli scambi applicate dai principali partners commerciali dell’UE, la Commissione europea ha evidenziato che tra il 1° maggio 2012 ed il 31 maggio 2013 sono state introdotte 154 nuove misure, a fronte dell’abolizione di soltanto 18 provvedimenti, e che allo stato attuale rimangono in vigore ancora 688 misure restrittive. Sebbene il trend sia più lento rispetto al 2011 e al  2012, si è tuttavia prodotto un preoccupante aumento di alcune misure altamente dirompenti per il commercio. In base alla relazione, che analizza 31 tra i principali partners commerciali dell’UE, risulta infatti evidente un forte incremento nell’applicazione di dazi all’importazione direttamente alle frontiere, soprattutto da parte delle cosiddette economie emergenti (Brasile, Argentina, India, Indonesia, Cina, Russia e più recentemente, Sud Africa ed Ucraina). Per tale motivo, la Commissione europea continuerà a monitorare da vicino le misure previste o adottate dai Paesi terzi e, laddove necessario, reagirà ricorrendo all’ampia gamma di strumenti resi disponibili dalla Strategia di accesso ai mercati esteri. Lanciata nel 2007, quest’ultima propone un partenariato rafforzato tra Commissione, Stati membri e imprese per un miglior accesso ai mercati.

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Programmi europei di finanziamento

Per maggiori informazioni sulle possibilità di finanziamento si rimanda alla sezione Monitoraggio bandi.

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 03 Agosto 2017 12:24 )