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La politica europea per l'uguaglianza di genere

In quanto diritto fondamentale sancito dai Trattati, l'uguaglianza di genere rappresenta un obiettivo fondamentale dell'Unione europea non solo sotto il profilo sociale, ma anche sotto quello lavorativo. Soprattutto negli ultimi anni, su iniziativa della DG Occupazione, Affari sociali e Inclusione della Commissione, sono state adottate misure per promuovere l’accesso delle donne al mondo del lavoro e per assicurare la parità di retribuzione e la progressione di carriera.
Tuttavia, da un sondaggio Eurobarometro del 2011, emerge che, nonostante le donne rappresentino quasi la metà della forza lavoro e più della metà dei nuovi laureati, difficilmente riescono a raggiungere posizioni di responsabilità prendendo parte ai processi decisionali.

Obiettivi

La scarsa rappresentazione delle donne nei processi decisionali a livello economico rende auspicabile un incremento della presenza femminile all’interno dei consigli di amministrazione delle imprese. Un obiettivo ambizioso che in un primo momento l’Unione europea ha tentato di raggiungere attraverso iniziative basate sull’autoregolamentazione che hanno sortito risultati disomogenei nei vari Stati membri.
L’attuale dibattito a livello europeo è dunque focalizzato sull’individuazione delle modalità più opportune per incoraggiare le imprese, a partire dalle società quotate in borsa, ad aprire le porte dei loro organi decisionali ad un maggior numero di donne.

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Iter normativo

La normativa sulla parità di genere si basa principalmente sulla Strategia per la parità tra donne e uomini, programma di lavoro della Commissione europea per il periodo 2010-2015 che si sviluppa su sei punti chiave:
• pari indipendenza economica per le donne e gli uomini
• parità delle retribuzioni per un lavoro di uguale valore 
• parità nel processo decisionale 
• dignità, integrità e fine della violenza nei confronti delle donne 
• promozione dell'uguaglianza di genere fuori dai confini dell'UE
• questioni orizzontali (ruoli di genere, strumenti normativi e governativi).

La strategia si basa sulla Carta delle donne del 2010 ed ha fra i suoi obiettivi quello di evidenziare il ruolo della parità di genere nel processo di sviluppo economico europeo come richiamato anche nell’ambito della Strategia Europa 2020.
Un primo passo verso la tutela delle donne imprenditrici è stato compiuto nel 2010 con l’adozione di una direttiva che estende alle lavoratrici autonome e ai coniugi che collaborano ad un’attività autonoma gli stessi diritti delle lavoratrici dipendenti relativamente al congedo per maternità e al regime di sicurezza sociale.

Nel mese di marzo del 2011 il Consiglio dell’UE ha adottato il Patto europeo per l'uguaglianza di genere per il periodo 2011-2020 in cui la parità uomo - donna è stata riconosciuta come principio fondamentale, sottolineandone l’importanza ai fini della crescita economica dell’Unione.
Nel 2012 un rapporto della Commissione Europea sul delicato tema dell’accesso delle donne ai vertici aziendali ha rimarcato i deludenti risultati ottenuti attraverso le iniziative di autoregolamentazione adottate negli anni a livello europeo: la percentuale di donne presenti nei consigli direttivi sarebbe pari solo al 13,7%.  

La Commissaria europea alla Giustizia Viviane Reding si è fatta quindi promotrice di un approccio più incisivo che prenda in considerazione la possibilità d’imporre quote di genere fissate per legge. A seguito di un’ampia consultazione pubblica, e dopo un percorso travagliato, è stata presentata una nuova versione della proposta, la quale non rinuncia all'ambizioso obiettivo di portare al 40% la presenza femminile negli organi di vertice delle imprese, ma esclude le PMI dal proprio campo di applicazione che si estende solo alle grandi società quotate in borsa. Per quanto concerne la tempistica, le società private avranno tempo fino al 2020 per adeguarsi ai nuovi dettami, mentre quelle pubbliche dovranno anticipare le nomine 'rosa', in modo da raggiungere la soglia entro il 2018.
Inoltre, gli Stati membri avranno più libertà di manovra nell'applicazione delle sanzioni, a condizione che queste siano "effettive, proporzionate e dissuasive". L'introduzione di "quote di flessibilità" permetterà inoltre alle imprese di autoregolamentarsi fissando obiettivi intermedi personalizzati.

Il Parlamento europeo, che era già intervenuto sul tema della parità di genere con una risoluzione sulle donne nella direzione d’impresa (in cui si chiedeva alla Commissione europea di monitorare in modo approfondito il fenomeno) ha approvato, il 14 ottobre 2013, nei lavori delle sue Commissioni Giuridica e per i diritti della donna e l'uguaglianza di genere, una relazione sul miglioramento dell'equilibrio di genere fra gli amministratori. Con essa, gli eurodeputati, pur notando notevoli miglioramenti in alcuni Stati membri (tra cui l’Italia), ribadiscono l’obiettivo del raggiungimento di una quota del 40% di amministratori non esecutivi del sesso sottorappresentato per tutte le società pubbliche quotate entro il 2020. Il Parlamento europeo sottolinea inoltre la necessità dell'introduzione di un quadro adeguato che consenta agli Stati membri ed alle società di adottare procedure efficaci al fine di promuovere l’equilibrio di genere nei consigli di amministrazione, contribuendo così alla tutela del principio di uguaglianza nell’Unione europea ed alla crescita economica.

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Il punto di vista europeo

EUROCHAMBRES ha risposto nel maggio 2012 alla consultazione lanciata dalla Commissione Europea sulla parità di genere nei consigli di amministrazione. Nel documento, pur sostenendo l’importanza di una maggiore presenza di donne negli ambienti di lavoro, si afferma che:
• l’elaborazione di norme per favorire l’incremento della percentuale di presenza femminile nei cda dovrebbe essere di competenza esclusiva dei singoli Stati membri;
• l’introduzione di quote stabilite per legge potrebbe essere limitativa e quindi rivelarsi controproducente;
• sarebbe utile costituire un forum di esperti in cui esponenti del settore politico e imprenditoriale si scambino idee su iniziative e migliori pratiche a livello nazionale;
• non può esistere una normativa unica per tutti, ma sarebbe necessario stabilire regole e obiettivi specifici per ogni singolo Stato;
• le PMI non dovrebbero essere incluse nella tipologia di imprese cui applicare la normativa sulle quote rosa.

Anche BUSINESSEUROPE, la Confindustria europea, è intervenuta nel dibattito esprimendosi a favore di un incremento della presenza femminile nelle imprese a tutti i livelli, in particolare nei consigli di amministrazione. La diversità rappresenta un valore aggiunto in grado di promuovere l’innovazione e la creatività nella gestione dell’impresa, ma solo a condizione che l’approccio adottato sia scelto dall’impresa.
A tal fine, le iniziative di autoregolamentazione rappresentano lo strumento più efficace, senza essere incompatibili con la fissazione di soglie minime a livello nazionale.
In quest’ambito, il principio guida resta quello della sussidiarietà che lascia ai singoli Stati membri la facoltà di introdurre misure più o meno rigide per aumentare la presenza femminile, nel rispetto delle proprie tradizioni culturali.
Specie nell’attuale contingenza economica, risulta fondamentale garantire alle imprese flessibilità nella gestione e autonomia nella governance.

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Il punto di vista italiano

Confindustria ha risposto alla consultazione della Commissione Europea sulla parità di genere nei consigli di amministrazione con un documento nel quale si è dichiarata contraria all’introduzione a livello europeo di regole vincolanti.
Poiché nei singoli Stati membri il dibattito sull'introduzione delle quote di genere sta procedendo in maniera disomogenea, una normativa unica sarebbe controproducente. Pertanto, l’UE dovrebbe limitarsi a fornire delle indicazioni di massima lasciando a ciascun Paese la possibilità di recepirle autonomamente. L’autoregolamentazione, infatti,  potrebbe indurre le imprese a considerare la parità di genere come un valore aggiunto, promuovendo la meritocrazia nella selezione del personale. Sarebbe auspicabile, inoltre, promuovere la crescita professionale delle donne partendo dal basso, in modo da rafforzare il loro ruolo nelle imprese, piuttosto che imporre per legge la loro presenza ai vertici societari.  Confindustria sostiene, infine, la necessità di un vero e proprio cambiamento culturale per ridefinire il ruolo delle donne ad alti livelli professionali. Un simile obiettivo potrà essere raggiunto garantendo maggiore flessibilità e autonomia alle imprese.

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I programmi europei di finanziamento

Il principale strumento di finanziamento per la promozione dell’uguaglianza di genere nella programmazione 2007-2013 è stato PROGRESS. Questo programma europeo per l’occupazione e la solidarietà sociale, gestito direttamente dalla Commissione, si pone l’obiettivo di garantire che la politica sociale dell'UE continui ad affrontare le principali sfide politiche, concentrandosi sugli interventi che necessitano uno sforzo collettivo. Si propone quindi di aiutare gli Stati membri ad onorare l'impegno di creare più posti di lavoro, di migliorarne la qualità, di garantire pari opportunità per tutti e di attuare la normativa dell'UE in modo uniforme. Nella programmazione 2014-2020, lo strumento di finanziamento in questo ambito sarà il Programma Occupazione e Innovazione Sociale.

Oltre ai programmi a gestione diretta, è attraverso i Fondi Strutturali, in particolare il Fondo Sociale europeo, che la Commissione Europea intende ridurre la disparità tra uomini e donne in materia di occupazione e rafforzare il cosiddetto mainstreaming.
Per maggiori informazioni consultare la sezione Monitoraggio bandi.

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 03 Agosto 2017 09:57 )