Sei qui: Home ›› Politica regionale ›› La politica regionale europea

La politica regionale europea

L'Unione europea comprende 28 Stati membri che costituiscono una comunità e un mercato interno di oltre 505 milioni di cittadini. Fra questi Stati e le loro 268 regioni, tuttavia, si riscontrano profonde disparità economiche e sociali. La Direzione Generale per la Politica regionale e urbana della Commissione europea ha il compito di  ridurre tali differenze tramite il rafforzamento della coesione economica, sociale e territoriale nell'UE.

Obiettivi

La politica regionale europea mira a realizzare  la coesione economica, sociale e territoriale, a ridurre il divario tra i livelli di sviluppo delle varie regioni ed il ritardo delle regioni meno favorite.

Tra le regioni interessate, un'attenzione particolare è rivolta alle zone rurali, alle aree interessate da transizione industriale e alle regioni che presentano gravi e permanenti svantaggi naturali o demografici, quali le regioni più settentrionali con bassissima densità demografica e quelle insulari, transfrontaliere e di montagna.

Torna su

Iter normativo

Le proposte di regolamento sui Fondi strutturali per il periodo 2014-2020, presentate dalla Commissione europea nel 2011 e definitivamente approvate dal Consiglio, sono entrate in vigore il 1° gennaio 2014. Si tratta di:

Le risorse finanziarie destinate alla Politica di coesione dal Quadro Finanziario pluriennale (QFP) ammontano complessivamente a 366,8 miliardi di euro. Di questi, 31,131 miliardi (esclusi il Fondo per gli indigenti e la Cooperazione territoriale) sono destinati all’Italia:

  • 22,334 miliardi di euro per le Regioni meno sviluppate (ex Regioni convergenza, ovvero Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia);
  • 1,102 miliardi di euro per le Regioni in transizione (ex Regioni phasing-out, ovvero Abruzzo, Molise e Sardegna);
  • 7,695 miliardi di euro per le Regioni più sviluppare (ex Regioni competitività).

Per quanto riguarda le allocazioni per i singoli Fondi, 21,2 miliardi sono attribuiti al FESR e 9,9 al FSE. A tali risorse si aggiungono 24 miliardi di cofinanziamento nazionale ed ulteriori 55 miliardi provenienti dal Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, per un totale di circa 111 miliardi per sette anni.

Tra le principali disposizioni dei nuovi regolamenti si ricordano:

  • la concentrazione tematica su un numero limitato di obiettivi e, in particolare, sui settori di ricerca e innovazione, agenda digitale, sostegno alle PMI e passaggio ad un’economia a basse emissioni di carbonio, ai quali devono essere destinate percentuali minime delle risorse del FESR, diverse in base alla categoria di appartenenza delle Regioni (meno sviluppate: 50%, in transizione: 60%; più sviluppate: 80%);
  • la definizione di un quadro strategico comune al fine di assicurare un migliore coordinamento dei Fondi ed evitare duplicazioni e sovrapposizioni;
  • l’introduzione di numerose condizionalità ex ante, il cui soddisfacimento costituisce condizione per l’erogazione delle risorse. Tra di esse, risultano particolarmente importanti le strategie di specializzazione intelligente;
  • la previsione della condizionalità macroeconomica, secondo la quale,  in caso di sforamento del tetto del 3% del deficit da parte di uno Stato membro, la Commissione europea è autorizzata, sotto il controllo del Parlamento europeo che instaura con essa un dialogo strutturato, a sospendere i pagamenti e gli impegni. Le decisioni della Commissione in merito devono tener conto delle circostanze sociali ed economiche esistenti nello Stato membro interessato;
  • l’enfasi posta sull’utilizzo integrato dei Fondi della politica di coesione e di altri strumenti dell’UE, quali i Fondi a gestione diretta (Horizon 2020, Cosme, Erasmus+ ecc.);
  • l’attenzione rivolta al tema delle strategie integrate di sviluppo locale, in particolare allo sviluppo locale di tipo partecipativo;
  • l’estensione a tutti gli ambiti tematici degli strumenti finanziari;
  • l’obbligo di destinare una percentuale minima di risorse del FESR per progetti integrati per lo sviluppo urbano;
  • la particolare attenzione rivolta al coinvolgimento del partenariato - costituito da autorità pubbliche,  soggetti economici, associazioni e altri stakeholder - che deve assumere un ruolo attivo in tutte la fasi, dall’elaborazione dell’Accordo di partenariato e dei Programmi operativi, presentati dagli Stati membri e sottoposti all’approvazione della Commissione, fino al monitoraggio e alla valutazione.

In merito a quest’ultimo punto, come previsto dal regolamento recante disposizioni comuni, la Commissione ha adottato, il 7 gennaio 2014, con un atto delegato vincolante, un Codice europeo di condotta sul partenariato che intende migliorare la cooperazione con i Partner, quali le Camere di Commercio che sono segnalate tra i potenziali  interlocutori. Tra gli obblighi posti in capo agli Stati vi sono, tra gli altri, quelli di garantire la trasparenza della selezione dei partner, di sostenere il rafforzamento delle loro capacità ed assicurare la loro efficace partecipazione.

Torna su

Per maggiori informazioni: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Ultimo aggiornamento ( Giovedì 03 Agosto 2017 12:42 )